Paradossi 2.0 e piccole bugie

1) I social permettono di entrare in contatto con persone sconosciute e potenzialmente interessanti in tutto il mondo, eppure il parco “amicizie” virtuali della maggior parte degli utenti ricalca  quello reale. Della serie: ti dico alcune cose a voce ed altre in chat.

2) Il web viene indicato come icona di libertà, mancanza di confini e gratuità. Ogni cosa è regolata a suon di contratti legali da migliaia di dollari, dalle leggi dei governi, dalle leggi morali non scritte, che a volte sono pure peggio e comunque in generale dalle regole del mercato. Poche cose valicano i confini, pochissime lo fanno senza scopo di lucro. Gratuitamente non ti vede nessuno, non migliori la tua condizione, non interagisci. Gratuitamente non puoi nemmeno limitarti a guardare, perchè una cavolo di connessione a pagamento è necessaria quasi ovunque.

3) Da tutte le parti si parla della necessità di tornare alla meritocrazia. Chi si occupa di formazione e coaching, invece, ti spiega come risultare vincente ad un colloquio di lavoro, cosa dire o non dire, come muoverti, come risultare brillante. Poi però si dimentica di applicare le regole che predica e si presenta sul web nel modo più loffio possibile, alla stregua di chi propone i numeri del lotto, i metodi per vincere al casinò o i corsi per appiattire il ventre.

4) Quelli che hanno avuto l’idea brillante di aprire tonnellate di gallerie virtuali si sono dimenticati un dettaglio. Una galleria, reale o virtuale, è un sistema virtuoso, che si compone di propositore, curatore, committente, artista, pubblico e spesso altre figure intermedie o collaterali. Tale sistema vive della propria circolarità economica, a volte sbilanciata dalla bravura dei singoli o dall’emotività, ma tale per cui tutti ne traggano un beneficio di qualche genere.
Un sito che pubblica immagini di pezzi artistici o fotografie, è solo una vetrina, spesso sconosciuta.

5) Ora che tutti fotografano e centinaia di migliaia di amatori fanno foto bellissime, degne di copertine, o di estrosi lavori di moda e pubblicità, le foto non le vuole più nessuno. Gli smanettoni della Silicon Valley fanno gli straordinari per inventare inutili social basati sulle foto, solo per assorbire tutta l’energia creativa che milioni di persone stanno vomitando in rete.
L’immagine del prodotto sta inflazionando il prodotto stesso. E quando tutti sapranno ballare benissimo, cantare come a Broadway e fotografare in modo sublime…speriamo che qualcuno sappia ancora mettere in tavola un piatto di tortelli mangiabili.

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In vino veritas…e altro

Siamo messi più o meno così:

1) Lavatura di piatti finemente etichettata a 14 euro la bottiglia, quando presso molti viticoltori (ma non tutti) si trovano bottiglie anonime a 2,5 da leccarsi i baffi.

2) Tutti sommeliers! La moda di capire ha prevalso sull’istinto di godere inconsapevolmente. Molti di questi non distinguono un sorso di vino da uno di napalm. Passano lunghi minuti a roteare calici alla ricerca dei profumi del sottobosco, che puntualmente si sprigionano fragranti…se il mago Merlino di turno non si è dimenticato di aggiungerli alla ricetta…

3) Ve la ricordate la prova Glen Grant? Il 90% di coloro che si definiscono esperti non sono in grado di distinguere, bendati, un pignoletto da una scorreggia imbottigliata. Il bello è che quasi sempre non è colpa loro. Perchè? Vedete al punto 4.

4) Per complicare le cose, o forse per facilitarle ad alcuno, decidete voi chi, hanno fatto di tutto per rendere i vini “uguali”.

5) Secondo voi in un Albana D.O.C. sono presenti solo uve di Albana? Sì?? NO!

6) Come NO? Eh NO (vedi punto 4). L’arte del mescitore, che creava i sapori della propria terra a valle della filiera è stata portata d’ufficio a monte. Giocano tutti al piccolo chimico. Miscelando cose note e lecite con altre che nell’ambiente tutti conoscono, ma che ufficialmente spariscono al cospetto di sua santità la barrique.

7) Ecco, appunto, la barrique. La moda più stupida del decennio passato. La famosa “botticina” in legno, tanto cara ai Francesi, che potenzialmente, al netto di tante e scrupolose regole di gestione, può conferire al vino un profumo inconfodibile (poi che piaccia o meno è tutto da vedere).
Per cavalcare l’onda, cani e porci, hanno rovinato tonnellate di vini lasciandoli morire al’interno di puzzolenti legni marci, perchè si sa che quando il mercato tira tutti hanno le barrique in cantina, anche quelli che fino al giorno prima non avevano nemmeno la cantina.
I più furbi invece, per evitare lo sbattimento, hanno fatto ricorso al solito Merlino, che ha inventato la polverina magica al sapore di legno.

8) Ma davvero volete il sapore di legno nel vino? Certo, merito della letteratura e della cinematografia. Bottiglie di 40 anni, tappi di sughero, vino che odora di rovere…una serie di romanticissime cazzate che fino a quando rimangono all’interno di una pellicola di Hollywood va tutto bene, ma quando ci si mette in testa di volerle nella vita reale…Una bottiglia di 40 anni va bene solo per il cinema, perchè dopo averla nominata e mostrata qualcuno dice STOP ed il contenuto finisce nel cesso. Chi viceversa volesse provare l’esperienza del colera, potrebbe provare a scolarsene una. A questa regola sfuggono alcuni vini, che si contano sulle dita di una mano.

9) Il tappo di sughero fa figo, fa vino francese, fa poesia, ma spesso fa il vino cattivo. Il tappo deve essere buono (quindi anche costoso, capito ragnetti?!), la tappatrice deve essere valida, quindi quelle dell’ipermercato usatele per schiacciare le noci. Dopo 8/12 mesi il vino deve comunque essere consumato. Una permanenza superiore crea un mostro. Il tappino a corona non vi piace? E’ brutto? Lo so, ma poi bevete vino e non aceto…pensateci.

10) Prezzi: il rapporto qualità prezzo non è garantito dal pazzo mercato del vino. Si vende piscio carissimo e si trova vino discreto a poco prezzo. Il vino buono, da ricercare fuori dalla grande distribuzione, costa sempre parecchio, ma chi vuole godere…

11) Luoghi comuni: bottiglia fa figo, sfuso è da vecchi, bianco per il pesce, rosso per la carne, bolle fa figo, fermo è da intenditore, frizzantino è da ubriacone, pinot grigio vinificato bianco, giallo fucsia, moglie e buoi dei paesi tuoi…

12) Balle da enoteca: 2 vini su 4 proposti in enoteca solitamente provengono da zone dove non hanno nemmeno le vigne…sono dei maghi!

Conclusione: se volete bere bevete, se volete fare i fenomeni fatelo, ma possibilmente tenete separate le due cose.

 

 

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coming soon

E’ in arrivo una nuova forma di vita creativa

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Per SEO o per amore?

La moda dell’indicizzazione a tutti i costi ha spopolato negl’ultimi tre anni ed ha raggiunto con i propri tentacoli grandissima parte del mercato sensibile al problema “primi sui motori di ricerca”.
A prescindere dall’inevitabile difficoltà di riconoscere, nel mare di offerte scaturite,  i professionisti in grado di fare la differenza dagli smanettoni improvvisati e dagl’abili commerciali, la domanda che ci si dovrebbe porre è se davvero l’indicizzazione ottenuta attraverso le alchimie informatiche di “chi ne sa”, sia il punto di arrivo desiderato dalle aziende che cercano sul web una fetta più o meno grande di mercato.

Recentemente la questione è stata sollevata anche da diversi esperti che si erano sempre prodigati nella decantazione dei prodigi del SEO (ottimizzazione per i motori di ricerca, search engine optimization). Ed alcuni di loro non si sono limitati ad alimentare un dubbio, bensì hanno preso apertamente posizione contro la tendenza diffusa di investire molto in indicizzazione “artificiale” e molto poco in quella “fisiologica”.

Parafrasando, a favore magari di chi non fosse troppo addentro a queste dinamiche, si assiste ad un ritorno dei contenuti e dell’importanza che questi hanno nell’economia di una buona presenza sul web a dispetto delle tecniche utilizzate per soddisfare l’algoritmo dei motori di ricerca che donano ai siti effimere e temporanee posizioni di vertice.

Dunque, esaurita la forza compulsiva che ha portato molte aziende a SPINGERE in alto nei motori di ricerca, a suon di soldoni e trucchi del mestiere, siti spesso vuoti, non aggiornati, non chiari o poco appetibili, ora il consiglio che gli stessi guru del web stanno diffondendo è di investire sull’umanizzazione delle proprie strutture web, proponendo contenuti che li rendano in prima battuta esaurienti ed interessanti, quindi, ma solo di conseguenza, fisiologicamente adatti ad essere indicizzati.

Non credo che basterà questa piccola sommossa a far invertire la tendenza, come non credo che una ricetta possa andar bene per tutti. Credo invece fermamente che in una considerevole trasversalità di casi aziendali, l’importanza di presentarsi e porsi in modo contenutisticamente corretto e performante, abbia almeno la stessa importanza di trovarsi in alto sui motori.
La reputazione, è ancora un valore commerciale che determina le scelte del cliente e non solo un dato morale.

 

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