Uccelli neri nel vespero
15 ago
Non ho mai capito di che uccelli parlasse Carducci nel suo “…vespero migrar”, ma non mi stupirebbe se anche il suo cacciatore, proprio come me, fosse affascinato dal volo serale delle cornacchie. Si è sempre attribuita un’accezzione negativa agl’esuli pensieri che accostati ai neri uccelli non potevano che rappresentare tormenti dell’animo.
Ma credo si possa trattare di una forzatura frutto di comprensibile mancanza di esperienza diretta.
Il non essere cacciatore, il non aver mai sostato in adorazione di un volo serale contro il rosso del cielo, rapiti dal rauco gracchiare, può spingere ad interpretazioni inesatte. I pensieri di quei momenti non sono mai neri, esuli senza dubbio, ma per la tenerezza e per l’immane sensazione di fugacità del tempo che provocano , non certo per la voglia di scacciarli.
Levatacce e tramonti da cacciatore mi hanno regalato una vastissima gamma di scenari, colori, riverberi, odori e suoni che al vivere comune dell’ occidentale di questo secolo sono preclusi, ma credo che la buonanotte delle cornacchie resti lo spettacolo più introspettivo che la natura ci abbia regalato in stereofonia.
Da pittore ho messo giù un personalissimo ricordo d’infanzia, come protagonisti i corvi neri e le alte vette dei boschi del bellunese.
20×35
Olio su tela
Trattativa riservata





