La fotografia come il mercato azionario

1 ago

Ci siamo forse impantanati? Non credo, la verità è che se giriamo tutti da un pò attorno allo stesso problema significa che lo riteniamo causa/effetto del cambiamento che la fotografia sta subendo. Non solo intesa come fotografia professionale, ma anche e soprattutto come approccio personale all”immagine.

Fino alla fine degl’anni ’90 la questione era piuttosto semplice: si scattava in misura proporzionale alla domanda. C’era una domanda importante alla quale faceva seguito una risposta che si articolava con il benestare di tutti su una scala di valori economici dettati dalla qualità e dal mercato.
Poi c’era la fotografia amatoriale con le sue tonnellate di rullini sviluppati ogni anno e chilometri quadrati di carta fotografica stampata, chiusa nei cassetti o stivata nelle cantine, buona da tirar fuori ai raduni tematici o alle proiezioni serali nei fotoclub.

Ad un certo punto della storia le cose hanno preso una piega diversa e proprio come è successo nel mercato azionario, certi numeri sono stati gonfiati dall’aspettativa, schizzando ben oltre il reale valore di mercato del prodotto che rappresentavano.
Mentre la domanda è progressivamente diminuita, per effetto della nascente moda del fai-da-te digitale, paradossalmente, l’offerta è aumentata, invece di contrarsi anch’essa, serrando i ranghi e facendo se possibile più ordine al proprio interno, alzando magari l’asticella del professionismo. La “bolla” ha investito l’intero settore, legittimando l’intraprendenza dei singoli a discapito della logica e della qualità.

Il processo si è completamente invertito, ora è l’offerta che sprona la domanda, inondandola di materiale, qualitativamente spesso valido, ma impersonale. Il 99% dei siti aziendali sfruttano immagini stock, pagate poco, ottenute facilmente ma impersonali da fare schifo. Ci sono sempre due bellocci in giacca e cravatta che si danno la mano, non può mancare la biondona con la tazza di caffè o la ragazza riccia che con la cuffia nelle orecchie ti fa un sorriso accattivante.

E la cosa tremenda è che il non adeguarsi al sistema significa cambiare lavoro. Fino a quando i privati non capiranno che li stanno inondando di “prodotti tossici” e che la costosa creatività non può essere soppiantata dall’economica omologazione, sarà minestra insipida per molti.

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